Il futuro della discografia passa attraverso il marketing mirato

“Le grandi discografiche lavoreranno sempre di più con edizioni e catalogo collegato. Guadagneranno solo su numeri immensi, lavorando di licenze con le piccole label da utilizzare come talent scout. Questo è il trend del futuro prossimo. Poi c'è il mercato musicale che vivrà su un ascensore andando in contro al pubblico e in contro alle etichette; ma la grande chance qui è proprio per i musicisti che devono essere in grado di evolversi velocemente e rimanere nel mercato proponendo sia musica propria, sia musica per librerie, colonne sonore, podcast, gameplayer, youtubers e così via”. Parola di Fabrizio Galassi, che analizza marketing e musica elettronica.

“Il marketing va d'accordo con tutto e con tutti, se fatto bene. Ma c'è da fare una precisazione: in ambito musicale è sempre meglio parlare di comunicazione e contenuti, grazie a questi due pilastri hai la possibilità di 'piazzare' la canzone, di renderla vendibile. È fondamentale però il giudizio della sempre più forte Dittatura degli Utenti che si esprime con passaparola, condivisioni, ascolti e presenze ai concerti. È la Dittatura degli Utenti che disegnerà il futuro dell'Industria Discografica e Musicale”. Generalmente la musica è diventata un mezzo, non un fine?

“É una colonna sonora con la quale vado a correre, faccio la spesa, in contro persone, ed è sempre più usata dai marchi, proprio per questa sua natura. Quindi sì, il pubblico è trasversale; ma quello più interessante è composto dalla massa di mercati che si è venuta a creare, dalle nicchie globali, dove risiedono i veri appassionati di musica”.

Cosa può dare ancora la discografia delle major alle indie e viceversa? “I soldi. Ma non troppi, perché poi le major vorranno comandare. Allo stesso tempo, nel mondo indipendente c'è grande fame di ricchezza, e qui le piccole realtà non devono prendere sbornie di euro”.

I grandi marchi vogliono grandi numeri. “Il dj che contatterei io, per il tipo di storia che ha avuto, per la sua personalità e anche per la sua produzione è Steve Aoki; rappresenta l'evoluzione e la capacità di reinventarsi. E poi ha un successo clamoroso. I dj devono raccontare la loro vita, sono personaggi pubblici a tutti gli effetti; appunto perché abbiamo un pubblico trasversale (soprattutto quello del clubbing), anche la sua vita, oltre alla sua musica, devono essere interessanti. Il più interessante di tutti sarà quello che non esisterà su Instagram o su Facebook, non per forza misterioso, ma che inizi un nuovo cammino fuori dalla frenesia social”.

Il music business è costruito da mille entrate? “Da mille lavori, mille competenze, ma anche da una rinascita dei collettivi, soprattutto nelle nuove generazioni. Oggi tutta la società è più leggera e non ha tempo per distogliere l'attenzione dal proprio cellulare, figurati se ha voglia di ascoltare un testo scritto 'alla' Dalla. Ma presto tutto questo finirà, la Demenza Digitale sarà insopportabile, butteremo i telefonini e scenderemo in strada a cercare un nuovo menestrello”. 

Quanto ancora si può fare nell'intrattenimento, che non è stato fatto? “In questo momento abbiamo bisogno di un potere forte che tuteli le opere degli aventi diritto, che si imponga sui player come Spotify o YouTube. Per potere forte non intendo l'Italia, ma un insieme di musicisti e produttori: un sindacato, un'associazione che combatta e sia unita. Vi ricordate tutti di quando e di come Morgan fu escluso da Sanremo; ma vi ricordate allo stesso tempo chi ha fatto azioni eclatanti in suo favore? Per un serio mercato dell'intrattenimento-discografico-musicale servono persone che credono in quello che fanno. Magari è la volta buona che rinasce il concetto di ideologia, e con lei i nuovi cantautori”.

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