Il ruolo dell’A&R oggi

Nell'industria musicale, l’A&R, che significa Artists and Repertoire (artisti e repertorio), è il responsabile di una ben precisa divisione di un'etichetta discografica specializzato nella scoperta di nuovi artisti da mettere sotto contratto. Una figura, questa, che rappresenta il tramite tra l'artista e l'etichetta e spesso interpreta le preferenze del brand stesso. Accade di frequente che un responsabile A&R sia richiesto per negoziare con gli artisti, cercare compositori e produttori discografici per l'artista e organizzare le sedute di registrazione. Nel Regno Unito, prima che nascesse la figura del produttore discografico, il direttore A&R sovrintendeva alle sedute in studio e si assumeva la responsabilità di eventuali decisioni riguardanti le registrazioni.
 
In r12 abbiamo incontrato A&R di Ego (Ilario Drago), Bang Record (Rossano Prini), Sony Music (Andrea Corelli e Renato Tanchis), Universal Music (Federico Cirillo), Discology (Emilio Lanotte), Art & Music (Bruno Oggioni) e, poi attraverso l’evento Midance, conosciuto e lavorato di persona con brand come Dancework (Fabrizio Gatto), Juicy Music (Benny Camaro), Tornado / FMA (Mario Allione), Reshape / Dipiù Music (Pierangelo Mauri), JE / Just Entertainment (Sergio Cerruti), Total Freedom Recordings (Silvio Carrano), Strakton Records (Federico Kay), IHU Music Group (Luca Moretti), Casa Rossa (Gary Caos), Black Lizard (Leandro Da Silva) e Under Town Music (Wlady).
 
Negli ultimi anni la concorrenza è diventata davvero agguerrita e bisogna farsi trovare preparati. In un mercato in profondo mutamento, le case discografiche, indipendenti e non, hanno più strade davanti per la loro ricerca e il relativo mantenimento di un progetto. Nell’editoria musicale, l’A&R punta a band, cantautori ma anche autori, compositori, arrangiatori, dj e produttori. Emergenti e big sono sotto il radar e il lavoro è sapere se puntare e scommettere su chi e cosa funzionerà. Essere sempre aggiornati sulle tendenze del mercato è d’obbligo. Si va meno per eventi live e ci si allontana un po’ meno dalla scrivania ma ci si organizza in modo nuovo, magari con i talent show, televisivi e non, e soprattutto si naviga, con l’online attraverso i social e le piattaforme streaming si fa ricerca. I ragazzi che prendono parte ai talent sono quasi in discorso a parte, devono giocarsi tutto in tempi stretti. Il sipario si chiude in fretta. La gente dimentica in fretta. Un talent show riserva un’esposizione mediatica molto concentrata: è una cassa di risonanza potente, rilevante ma di breve intensità. Lo sviluppo del roster e del repertorio viene dopo. Prima si organizzano sessioni di scrittura, composizione, produzione: si ascolta tutto e attentamente, perché il talento è nascosto sempre dietro all’angolo. 
 
Le etichette indipendenti stesse sono diventate parte del modello di scouting delle multinazionali. Dal sottobosco, dall’underground, dalla sperimentazione spesso escono nuovi attori del mainstream, del pop: nella fase di crossover lo sguardo e l’intervento critico di un A&R è fondamentale. I tempi sono cambiati e il metodo delle audizioni anche, tanto che molti si fanno aiutare da algoritmi e intelligenze artificiali. L’obiettivo comunque è comune: puntare a creare della musica e dei protagonisti che possano emergere da un infinito contenitore, anticipando le tendenze. Il mercati cambia col passare dei secondi, soprattutto grazie o per colpa di Internet. Gli influencer sono un ottimo strumento per comprendere il gradimento: generano attenzione su alcuni artisti e il lavoro che ne segue è decifrarne la concretezza. Superficialmente, si pensa che le major abbiano forza e possibilità di cambiare i gusti del pubblico. Ma non è così. Il lavoro è arduo, di grande responsabilità. Comprendere le abitudini e i gusti del pubblico non è facile. Nello scouting non ci sono regole.