L’aeroporto che vorrebbe diventare un club

Le autorità di Berlino si sono messe in testa di trasformare Tegel in un hub della creatività musicale, spiegano dalle pagine dell'inserto de Il Sole 24 ORE. Ma la scena culturale alternativa è perplessa Berlino resta Berlino anche senza controcultura? Per rispondere a questa domanda, con una certa sorpresa, occorre partire da un aeroporto. Prima dell’estate, ha fatto molto rumore il sopralluogo allo scalo di Tegel di due autorità cittadine: Klaus Lederer, il ministro della cultura, e Lutz Leichsenring, della Club Commission, una sorta di assessore alla vita notturna.

Dove ora sorgono le torri di controllo, l’enorme hangar e la sala insonorizzata in cui vengono provati i motori dei jet, nel 2020, quando l’aeroporto chiuderà, dovrebbero essere allestite venues per esibizioni dal vivo, studi di registrazione, mostre e performance di giovani artisti. In pratica, il Paese dei Balocchi di ogni creativo, il “club di tutti i club”. C’è un solo, non piccolo, problema: i duri e puri della scena berlinese non vogliono nemmeno sentirne parlare. Sono troppo orgogliosi delle loro origini di primi squatter del dopo-Muro per accettare di vedersi piovere dall’alto un intero quartiere “governativo” e, temono, “business oriented”, lasciando intendere che il successo di un luogo è sempre deciso dal basso, dai frequentatori, e mai dall’alto, da chi lo apre, in questo caso lo Stato. Nel futuro di Tegel, insomma, c’è chi vede il futuro dell’anima di Berlino, già pregiudicata da iniziative come la creazione della stessa Club Commission, che ha ufficializzato la fine del periodo sommerso della club culture e ha dato una svolta più istituzionale al movimento, per i catastrofisti semplicemente fagocitato dal Potere.

Il rischio, si paventa, è di creare una controcultura ufficiale, benedetta dall’amministrazione e invisa dalla base, oltre che di rendere Berlino simile alle altre capitali europee, la cui urbanistica è saldamente in mano al business. Sarebbe una perdita di identità che una fetta di berlinesi, consapevoli della loro tradizione di antagonismo e occupazioni, non potrebbero tollerare. Vista da quaggiù, la polemica appare quasi paradossale: di fronte a gruppi di cittadini che snobbano un grandioso investimento pubblico perché non abbastanza “underground”, facciamo esperienza dell’incolmabile distanza tra noi e i tedeschi, tra la nostra e la loro consapevolezza, tra i nostri e i loro sogni di futuro. A proposito di futuro: di quello del Tegel si parla ormai da quasi quindici anni, con trame e sottotrame dal deciso sapore italico. Nel 2002 fu decisa la costruzione di un nuovo scalo denominato Berlin Brandenburg (BER) che avrebbe preso in carico tutto il traffico aereo dei due aeroporti esistenti (Tegel, appunto, e Schönefeld) a partire dal 2012. Siamo nel 2018 e tutto è ancora in alto mare: errori progettuali e tangenti hanno reso impossibile la fine dei lavori almeno fino a tutto il 2020, ormai a Berlino c’è anche qualcuno che tende a pensare che BER non aprirà mai le sue piste. Nel frattempo, per fortuna, Tegel (situato a circa otto chilometri a Nord-Ovest dal centro della capitale) ha continuato a fare bene il suo lavoro.